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Antonio Tabucchi, Il tempo invecchia in fretta, Feltrinelli, euro 15,00

Di Il tempo invecchia in fretta, la sua opera più recente appena andata in libreria per Feltrinelli, Antonio Tabucchi rivendica con passione la forma, che è quella dell’antologia di racconti (il sottotitolo, Nove storie, è uguale al titolo della celebre raccolta di Salinger, un libro, sostiene Tabucchi, «anche più bello del Giovane Holden»). «Perché un racconto - ha spiegato lo scrittore ieri a un gruppo di giornalisti milanesi - è un meccanismo letterario speciale, con regole ferree, l’equivalente in prosa del sonetto, come il sonetto concluso e da leggere tutto d’un fiato». Se il tempo invecchia in fretta, come afferma il suo libro, il racconto però lo frena, lo fissa, lo aggancia fulmineamente, lo fa balenare, «mentre il romanzo può attendere, è paziente. Può attendere d’essere scritto e può attendere d’essere letto. Un racconto invece è imperioso».
Cronache del «secolo breve», i racconti di Tabucchi sembrano pescare nelle ceneri tiepide del passato piccoli relitti, tracce sbigottite, ricordi contraffatti dalla distanza degli avvenimenti, dalla senilità dei protagonisti. Protagonisti che sono per la maggior parte figure dell’Est europeo, quell’Est che si è affacciato per ultimo all’esplorazione e al ricordo, dove tanti si sentono superstiti, sopravvissuti senza più scopo. E allora lo scopo di un tempo, per pessimo che fosse, si spoglia della sua negatività per diventare memoria nostalgica (la spia della Ddr che rimpiange la sua attività attenta e indefessa); addirittura il nemico di un tempo diventa l’unico alleato possibile (l’ex generale ungherese che solo con l’ex generale sovietico che ha schiacciato la rivolta magiara nel 1956 ritrova il piacere dell’esistenza).
In questo mondo e in questo secolo che s’è consumato così in fretta, con tanta spietatezza, «si può avere nostalgia del peggio, eccome
», - ha ribadito ieri Tabucchi. E per dimostrarlo ulteriormente ha raccontato una storia inedita. Il decimo racconto del suo libro, avrebbe potuto essere, ma invece di scriverlo ce l’ha detto a voce. Riguarda un grande scrittore angolano, Luandino Vieira, «il Gadda della lingua portoghese, un maestro nell’impastare dialetti locali e idioma colto. Luandino, uno pseudonimo adottato in onore della capitale dell’Angola dov’è cresciuto, è figlio di contadini immigrati in Africa dal Portogallo, e ha scritto i suoi romanzi più importanti - in Italia sono usciti La vita vera di Domingo Xavier da Pironti e Luuanda da Feltrinelli - nel lager di Tarrafal, a Capo Verde, dove è stato prigioniero politico per molti anni».
Infame, il campo di concentramento: «I compagni morivano di malaria; nelle baracche di zinco la temperatura era di 40 gradi. Uscito dopo la Rivoluzione dei garofani, onorato con un incarico ufficiale per la sua milizia anticolonialista, quando in Angola prevale la guerra per bande Luandino si esilia in Portogallo e smette di scrivere. Ma qualche anno fa - racconta Tabucchi - si sparge la notizia che sta per uscire un suo nuovo libro. Un giornalista riesce a intervistarlo. Quando ho letto l’intervista sono rimasto folgorato. Alla domanda del giornalista: “Quali sono stati gli anni migliori della sua vita?”, Vieira ha risposto: “Gli anni del Lager”». Perché il tempo invecchia in fretta, e la nostalgia coglie solo un barlume del passato, la speranza, lo scopo, l’esaltazione. Quello che dava un senso alla tua vita. Anche il Lager." (da Maria Giulia Minetti, Tabucchi racconta
la nostalgia del peggio, "La Stampa", 13/10/'09)
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Massimo Carlotto, L'amore del bandito, E/O, euro 15,00

2004. Dall'Istituto di medicina legale di Padova spariscono 44 chili di droga pesante. Criminalità organizzata da un lato e forze dell'ordine dall'altro si scatenano. L'Alligatore riceve pressioni per indagare e scoprire l'identità dei responsabili del furto. L'investigatore senza licenza non ci sta ma a certa gente non basta dire di no. Due anni più tardi scompare Sylvie, la donna di Beniamino Rossini, la danzatrice del ventre franco-algerina che lui aveva conosciuto anni prima in un night del Nordest. Il vecchio gangster non si dà pace e la cerca ovunque. Ben presto l'Alligatore, Beniamino Rossini e Max la Memoria si ritrovano braccati da un nemico misterioso che li ricatta e li costringe a entrare in un gioco mortale. 2009. La storia non è ancora finita. E l'Alligatore e i suoi amici sono ancora in pericolo e attendono la prossima mossa del loro temibile avversario. Una storia di malavita, un noir in cui si intrecciano i destini dei vecchi e nuovi gangster in un mondo dove le regole di un tempo non esistono più. Solo il passato torna sempre a chiedere il conto.
 



Paolo Albani, Dizionario degli istituti anomali del mondo, Quodlibet, euro 14,50

Il Dizionario degli istituti anomali del mondo descrive e documenta l'attività di strampalatissime associazioni, club, partiti, accademie, scuole o simili dalle finalità a volte ridicole, a volte insensate o stupide oltre ogni dire, che però sempre insegnano qualcosa sulla specie umana, e la sua indefessa agitazione mentale. Istituto di Demenza Volontaria, Agenzia Generale del Suicidio, Istituto Scientifico per il Regresso Umano, Camera di Scrittura per Inoperosi, Collegio della Sragione, Centro per la Diffusione delle cognizioni inutili, Società Segreta di Letteratura Portatile, per fare qualche esempio.
Alcuni di questi istituti sono esistiti o esistono, altri sono allo stato ancora di ipotesi avanzata da qualche pensatore, da qualche scrittore non ortodosso, da aspiranti scienziati e aspiranti capipopolo.
Come ha scritto Stefano Bartezzaghi "La realtà, insomma, tiene sotto scacco la fantasia, quando si tratta di immaginare accademie e relative materie di studio. Proprio tra fantasia e realtà si muove l'ultimo libro di Paolo Albani, Dizionario degli istituti anomali nel mondo un esilarante e in effetti anche molto utile censimento di discipline e società intellettuali bizzarre e altre fumisterie che tendono al delirio. [...]. Il progetto di Paolo Albani non è meno bizzarro dei suoi oggetti di studio e si fonda su un'ontologia altrettanto peculiare. Albani infatti non distingue preliminarmente fra istituti realmente esistenti (come l'Istituto Orgone di Wilhelm Reich) e istituti esistenti all'interno di narrazioni (come l'Accademia di Lagado che Lemuel Gulliver visita nel terzo dei suoi viaggi narrati da Jonathan Swift). [...] Non esiste istituto, insomma, che non sia anomalo se visto da vicino: quelli elencati da Albani sono anomali solo perché la loro materia o la loro ragione sociale non è stata mai aggregata all'ufficialità del sapere. Nel momento in cui lo stesso Albani se ne elegge enciclopedista già li rende meno anomali, perché la registrazione (fra l'altro scrupolosa: elenchi di soci, sintesi di attività e regolamenti, bibliografia) è il primo passo per la loro regolarizzazione.
Albani non è nuovo a questo tipo di imprese: assieme a diversi complici ha già compilato repertori di lingue inventate, di scienze anomale, di libri immaginari e la sua rivista Tèchne riprende e tramanda lo spirito del gioco letterario e di ogni altro paradosso della scrittura che ha animato tutto il Novecento del surrealismo, della patafisica, dell'Oulipo di Raymond Queneau e soci, del Caffè di Giambattista Vicari. Tutto ciò, senza mai badare troppo alle differenze fra il reale, il letterario e l'immaginario. Il pensiero precede queste distinzioni, come ogni altra classificazione accademica, ed è a quello che punta, sia pure con aria svagata, il lavoro di Albani: a quella regione ancora indeterminata in cui la forma del pensiero non ha ancora preso in considerazione l'essere possibile o impossibile, plausibile o implausibile, utile o inutile".


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